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1996 – Il paesaggio di Carrà

 Ubicazione mostra:  Palazzo Liceo Saracco

 Durata:  Dal 13 luglio al 8 settembre 1996

Organizzazione generale: Aurelio Repetto e Fortunato Massucco

Allestimento: Aurelio Repetto, Fortunato Massucco, Carlo Repetto e Luigi Massucco della  Galleria Bottega d’Arte di Acqui Terme

Catalogo: Fortunato Massucco

La ventiseiesima edizione della mostra antologica è stata dedicata a Carlo Carrà, pittore piemontese, nel trentesimo anniversario della scomparsa dell'Artista. La rassegna ha proposto cinquantadue opere che rendono una vasta ed interessante visione d'insieme della diversa ispirazione e della varia produzione del Maestro.

Carrà, nato a Quargnento (Alessandria) nel 1881, dopo aver esercitato per un decennio il mestiere di decoratore murale, nel 1906 entra all'Accademia di Brera dove stringe amicizia coi giovani pittori Bonzagni, Romani, Valeri e Boccioni, e sviluppa una esperienza figurativa di tipo divisionista. Agli inizi del 1910 incontra Marinetti e con lui, Boccioni e Russolo, decide di lanciare un manifesto ai giovani artisti per un rinnovamento del linguaggio pittorico. Vi aderiscono Balla e Severini: nasce così il futurismo. Nel 1911 Carrà si reca a Parigi e avvia i primi contatti col mondo cubista; conosce Apollinaire, Picasso, Braque, Modigliani, Matisse, Léger, Derain e Medardo Rosso. Agli inizi del 1913 aderisce al futurismo il gruppo fiorentino de "La Voce", che stava avviando la nuova rivista "Lacerba", diretta da Papini e Soffici. Carrà vi collabora assiduamente con scritti e disegni: contemporaneamente sviluppa i rapporti coi cubisti francesi e nel 1914 trascorre ancora un periodo a Parigi. Frattanto matura in lui la crisi del futurismo: è questo il tempo dei suoi collages che rispecchiano appunto il suo progressivo distacco dal movimento marinettiano; ed è pure il tempo dei suoi studi sull'arte di Giotto e Paolo Uccello. Disegna parecchio, anticipando soluzioni formali che verranno trasferite nella sua pittura negli anni seguenti. Nel 1916 pubblica nella nuova "Voce": "Parlata su Giotto" e "Paolo Uccello costruttore" dove si riflette la sua nuova posizione artistica e il senso di recupero di un "tempo storico". Del medesimo anno sono i quadri di impronta primitiva e alcuni già metafisici. Richiamato alle armi, dopo un periodo a Pieve di Cento, Carrà per le sue cattive condizioni di salute è ricoverato all'Ospedale Militare di Ferrara: qui incontra De Chirico e Savinio, Govoni e De Pisis. E anche qui disegna e dipinge.

Nel 1919, smobilitato, Carrà rientra a Milano e si sposa con Ines Minoja. Segue un altro periodo di meditazioni e crisi interiori: dipinge poco e soprattutto disegna, realizzando quella serie di fogli che i critici, poi, definiranno la sua fase "purista". La ricerca ora è volta alla semplificazione più scarna dell'immagine per fermare l'essenza; ed è il presupposto diretto della nuova pittura che egli comincerà a realizzare nel 1921. Una sorta, insomma, di esercitazione sugli "elementari della pittura" attraverso i quali Carrà nuovamente interpreta la definizione leonardesca dell'arte come "operazione mentale". Poetica questa che si riflette nei quadri e nei disegni non meno che negli scritti pubblicati nella rivista "Valori Plastici" diretta da Mario Broglio.

Nel 1923 Carrà affronta il tema del paesaggio marino a Camogli, e il frutto di questo soggiorno sono alcuni dipinti e parecchi disegni destinati a dar spunto a una serie di acqueforti che inciderà a Milano l'anno seguente, dopo una permanenza in Valsesia e nuove meditazioni su Cézanne e i valori del paesaggio.

Ora Carrà procede nel proprio lavoro in solitudine, senza più unirsi a gruppi; e questa posizione isolata la conserva anche di fronte al movimento "Novecento" al quale non dà la propria adesione pur partecipando alle due mostre milanesi del 1926 e del 1929 e ad alcune mostre all'estero.

Dal 1926 Carrà passa ogni anno diversi mesi a Forte dei Marmi, dove trova temi che gli divengono congeniali, le spiagge deserte, i monti sul mare, i capanni. Seguono anni di lavoro intenso sulla linea di quella che è ormai la sua poetica duratura: lo dichiara egli stesso quando scrive che gli è necessario ricercare "un vero poetico sostenendo che l'immateriale cerca adeguata forma, e la forma crea la superiore armonia che ritorna all'immateriale svelato attraverso l'esperienza pittorica". È la sua poetica delle "cose ordinarie", le cose cioè che "esistono quando lanimo 's'inarca e le cose non sono cose, ma espressione poetica del nostro spirito creatore".

È questa una linea di continuità che non esclude, naturalmente, forme e modi diversi: volti cioè a una sintesi più accentuata verso quel difficoltoso equilibrio fra elemento concreto e sua trasfigurazione, o astrazione, che per Carrà è stato sempre il problema centrale.

Carrà muore a Milano nel 1966  in conseguenza di una brevissima malattia.